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Storia dell'ordine degli Avvocati di Bologna Storia dell'ordine degli Avvocati di Bologna

L'avvocatura bolognese: cenni storici

"....L'avvocatura non è fatta solo di codici e di pandette, ma anche di conoscenza approfondita della storia della giustizia nel suo svolgersi attraverso le vicende civili e pubbliche. E' questa storia che bisogna amare, per non dimenticare da dove nasce e da dove viene la giustizia nel suo instancabile divenire."

Avv.  Sandro Callegaro

 

"Navigare nella storia dell'avvocatura bolognese partendo dall'Unità d'Italia significa incrociare cinque generazioni, e attraversare il mare sconvolto del "secolo breve" che si raccomanda alla memoria per orrori infiniti, speranze e lotte di uomini e idee, scoperte e vittorie della scienza che hanno sopravanzato e lasciato indietro il tanto più lento progresso morale. Eppure, il compiersi – che parve prodigioso – dell'unificazione nazionale aveva suscitato in tutto il Paese un moto di entusiasmo e di ottimismo, anche se la voce di Cavour preveniva il futuro ammonendo che, fatta l'Italia, restavano da fare gli italiani.

E' all'energia dello stato nascente che si deve la grande opera di edificazione legislativa che, tra il 1861 e il 1865, apprestava al nuovo Stato unitario le istituzioni fondamentali, pubbliche e private. Il nuovo sistema rifletteva la fede liberale che aveva sostenuto, nel Risorgimento, le forze infine risultate vincitrici, e che attingeva alla irresistibile spinta al progresso e alla libertà civile ed economica che con il Code Napoléon aveva impresso il suo segno al "secolo borghese".

Non fa meraviglia che anche a Bologna nello spettro culturale e civile dell'avvocatura emergessero le figure di avvocati nei quali propriamente i ceti possidenti si riconoscevano, e che erano partecipi di un impegno di progresso temperato. Erano i "moderati", che nel 1861 avevano visto il loro capo riconosciuto, Massimo d'Azeglio, arrivare a Bologna quale precario e breve governatore in nome del Re; e che disponevano di uomini di alto valore, "volenti e pensanti" (come d'uno di loro ebbe a dire Giosue Carducci), tra i quali si distinguevano avvocati di rango. L'avvocato Marco Minghetti sarebbe divenuto Presidente del Consiglio fino alla "caduta della Destra" nel 1876. Il fervore patriottico di questa avvocatura si accompagnava ad una ferma difesa dell'assetto economico e soprattutto sociale, che nutriva l'opposizione ai movimenti che lo insidiavano. Era l'epoca in cui "repubblicano" era sinonimo di attentatore all'ordine costituito, e Mazzini viveva i suoi ultimi anni sotto falso nome in casa Rosselli a Pisa, avendo sul capo una condanna a morte dei regi Tribunali.

I moderati erano stati i veri vincitori del Risorgimento, e tali restavano anche dopo la caduta della Destra. Erano gli avvocati liberali che avevano e che conserveranno a lungo, fino all'Amministrazione del marchese Tanari (ultimo sindaco liberale e rimasto capo degli "orfani di Minghetti", sostituito nel 1911 dal primo sindaco socialista di Bologna, Francesco Zanardi) la rappresentanza degli interessi patrimoniali delle classi agrarie. E' da questo vivaio che sortirono due generazioni di avvocati che sentivano come dovere civile la partecipazione all'amministrazione della cosa pubblica "a mani nette", spesso con una disciplina di disinteresse personale che oggi provoca un'ammirazione ai limiti dell'incredulità. Poteva accadere, allora, che l'avvocato Ettore Nadalini, sindaco di Bologna, si facesse trasportare dalla carrozza comunale fino al confine tra il Comune di Bologna e quello di Casalecchio; e che quivi scendesse di carrozza per montare sul "biroccino" condotto dal suo fattore, che finiva di portarlo alla sua villa sui colli. Non sorridiamo di queste memorie: l'impronta di uno stile professionale e civile si riverberava davvero anche nelle manifestazioni della vita pubblica. Grandi amministratori come l'avvocato Giuseppe Bacchelli hanno lasciato un segno profondo nella città.

Avvocati non mancavano anche nelle fila dei "progressisti", da Giuseppe Ceneri ad Andrea Costa e Genuzio Bentini, i cui nomi comparivano nei sempre più numerosi processi nascenti dalla diffusa e crescente inquietudine sociale: lo sciopero era riguardato come una criminosa minaccia all'ordine, cui lo Stato reagiva mandando la cavalleria sugli argini contro le mondine o i braccianti. Mentre la legislazione di previdenza faceva le prime timide apparizioni, a tutela della proprietà venivano create procedure privilegiate di escomio e sfratto, che consentivano ai proprietari di ottenere in tempi brevi e con la forza pubblica la liberazione di immobili da affittuari indesiderati o insolventi.

Quando nel 1911 l'Italia festeggia il cinquantenario dell'Unità inaugurando il neo-babilonese monumento romano a Vittorio Emanuele II, che dissesta il bilancio dello Stato, la situazione è satura di veleni lungamente accumulati. La generazione di avvocati che si è formata nel primo decennio del secolo è culturalmente predisposta a ricevere le molte suggestioni che da D'Annunzio al futurismo esaltano le sempre vive insoddisfazioni dell'irredentismo col richiamo all'azione per l'azione: la guerra, in una parola. E quando la guerra davvero arriva, accorrono, anche volontari, alle armi. E sarà la guerra a far saltare senza ritorno gli incerti equilibri di una società ormai piena di tensioni inconciliabili. Gli avvocati bolognese morti in guerra saranno molti: Giuseppe Gozzi, Giacomo Venezian docente universitario "irredento", arruolatosi volontario in età matura; Emilio Savini; Lucantonio Tosi Bellucci, anch'egli docente; Gianleone Bordoli; Giuseppe Bruni; Timoteo Solaroli; Riccardo Masi e Gaetano Berti, morti per male di guerra Coloro che torneranno, alla fine della guerra, delusi come tutti i combattenti, troveranno opposte delusioni ed esasperazioni nelle masse dei soldati smobilitati ai quali era balenata la promessa della terra. E' il terreno di cultura in cui dal 1919 in poi si consumano le lotte civili che partoriranno il fascismo. La forza di attrazione di questo nuovo movimento si fa sentire sugli avvocati: è da un albo che conta trecento avvocati e procuratori che prendono le mosse per unirsi all'ondata politica fascista nomi importanti di avvocati, come Aldo Oviglio (che sarà ministro della giustizia), Dino Grandi, Bruno Biagi (ministro delle Corporazioni), Angelo Manaresi, sottosegretario di Stato e capo di associazioni di alpini ed ex combattenti. Molti, per un foro ancora provinciale in una città alla quale solo i luttuosi fatti di Palazzo d'Accursio del novembre 1920 toglieranno l'amministrazione ed il sindaco "rosso" in una sciagurata seduta del Consiglio Comunale che conterà molti morti, tra i quali l'avvocato Giulio Giordani, valoroso mutilato di guerra. Minoritari quelli che non si piegano, come Mario Bergamo, Filippo Schiassi e Libero Battistelli, costretti ad emigrare (Battistelli, dall'esilio brasiliano, accorrerà in Spagna per combattere nelle brigate internazionali, e cadrà a Huesca nel 1937). Le leggi liberticide cercano di "fascistizzare" l'Ordine forense, ma, essendo non ancora obbligatoria l'iscrizione al Fascio, gli avvocati che effettivamente esercitano la professione restano generalmente arroccati nella solidarietà forense, senza slanci né entusiasmi nei confronti del regime. I palesemente antifascisti sono pochi, ma non vanno oltre la mormorazione. Tuttavia, un avvocato bolognese, Francesco Blesio, partirà clandestinamente per combattere in Spagna contro gli insorti di Franco. Le leggi razziali colpiscono anche la classe forense; l'Ordine, nel frattempo divenuto Sindacato Fascista, segue il pavido esempio dell'Università e, in genere, della comunità civile, nel "voltarsi dall'altra parte". Con la seconda guerra mondiale si hanno le prime ancora caute reazioni: alcuni studi legali diventano dei luoghi di cospirazione o di collegamento. I partiti politici rinascono nella clandestinità: ancor prima del 25 luglio 1943 e della caduta del regime fascista vari avvocati bolognesi si ritrovano in tutti i partiti, da quello comunista, al partito d'azione, a quello repubblicano, e nel nucleo di una risorgente democrazia cristiana.

Con l'8 settembre 1943 e l'armistizio malamente preparato e peggio attuato, la lotta politica si dichiara nella sua cruda pienezza. La Resistenza è il periodo in cui molti avvocati bolognesi vengono alla ribalta. Partecipano alla Resistenza fra gli altri Leonida Casali, Raul Cappello e Roberto Vighi socialisti; Ettore Trombetti, Leonida Patrignani e Pietro Crocioni nel partito d'azione, come Mario Jacchia, che fu catturato dalla polizia tedesca dopo una riunione clandestina quando, già salvo, era tornato nel luogo della riunione per far sparire documenti compromettenti. Torturato, sparirà letteralmente nel nulla atroce della deportazione. Giorgio Amendola, momentaneamente arrestato a Parma, mentre sale le scale della villa della Gestapo lo incrocia che discende, col volto orribilmente tumefatto: i due amici si sfiorano senza guardarsi. E' l'ultima immagine di Mario Jacchia, che riceverà la medaglia d'oro alla memoria. Leonida Patrignani sarà attivo nella resistenza in Appennino. Il liberale Antonio Zoccoli sarà presidente del Comitato di Liberazione di Bologna. A Bologna, nel drammatico inverno del 1944, due saranno fucilati per rappresaglia: Alfredo Svampa e Cesare Zuccardi Merli. Al conto di cinque anni di guerra bisognerà aggiungere altri quattro avvocati, caduti tra il 1940 e il 1943: Domenico Belvederi, Tullo Pacchioni, Lodovico Lodena, Mario Marini. Fermiamoci al 1945, anno che segna e chiude (ma sarà davvero chiusa?) un'epoca, e ne apre un'altra, nella cui onda lunga ancora viviamo. L'avvocatura bolognese non s'è tirata indietro dall'impegno civile, anche quando questo significava incontrare decisioni radicali e talora supreme. Un rispettabile orgoglio municipale vorrebbe che nel conto si mettessero il ricordo di radici libertarie che affondano nella storia della città, e l'animosa accettazione di un ruolo alto, una consapevolezza di dover dare un'immagine non dissonante dalle tradizioni culturali che gli avvocati nella loro formazione culturale succhiano con il latte del diritto e della dykaiosyne. Sì, non neghiamo la presenza di questi motivi, nutriti nel tempo storico dei modelli, delle passioni, delle ideologie, delle fedeltà che anche a Bologna hanno accompagnato quattro generazioni di cittadini, e dunque anche di avvocati, nell'itinerario dall'unità nazionale al recupero della libertà e alle novissime speranze di futuro. Ma crediamo di non ingannarci se pensiamo che al fondo di tutto, proprio nei moti e nei conflitti del vivere civile sia immanente e riconoscibile la ragione storica ed eterna che dell'avvocato fa un cittadino con un'aggiunta che è sua propria e peculiare: quella di dover essere sempre portatore di quella prudentia (che è conoscenza, sapienza, e fedeltà etica) di cui ha istituzionalmente bisogno lo stato da quando il processo è sceso tra i mortali come mezzo per risolvere nella iustitia la ferina realtà del bellum omnium contra omnes.

Ecco perchè abbiamo voluto ricordare per nome gli avvocati che hanno onorato, nella storia dell'avvocatura di Bologna, il vero grande ruolo dell'avvocatura, che non finisce nelle aule di giustizia."

Avv. Francesco Berti Arnoaldi Veli

("Bologna, la nascita dell'Ordine degli Avvocati e Procuratori" di Eleonora Proni)

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